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Ballata di Fucking* Bill     

o “ i risvolti sconcertanti delle biotechnologie d’avanguardia ”                                       

Questa è  la triste   storia                                       
del  ragazzone   Fucking  Bill                                 
a  nord del Pecos  viveva                                       
ed era forte e  viril.                                                 

Era   molto rinomato                                            
per notevoli  prodezze                                            
sessuali  nel vicinato                                              
con  le giovani  bellezze.
       
Suo problema: purtroppo                                        
malgrado il suo bel corpo                                       
e  tutto il suo impegno                                             
era cresciuto povero.                                                

Fucking Bill era  in gamba                                    
per   ballare slow e samba
l’unico che però  manca
è    un belnconto  in banca.

Ma  un buon   giorno felice
uno   scienziato  gli dice
che    verrà   pagato bene
il    frutto    del  suo pene.

Col   suo   sperma  speciale
farà   una   buona  azione
per  la  inseminazione
in    modo artificiale.

Lo  fece   per  molti  anni
e   per    pagarsi gli studi
diventò professionista
moderno  avanguardista.

Trent anni sono   passati
molti bimbi   sono nati
che oggi fan  la  domanda
“ma chi è  il mio papa?”

Ingaggiano detettivi
cercano i  produttivi
di sperma filantropico:
col DNA   fanno  centro…

Cosi  all’inaspettato
Bill si trovò  confrontato
con  decine di  ragazzi
al  grido  di “hello  Dadi!”

Con  animo generoso
e coscienza in tormento
per ogni   compleanno
mandò un  bel  regalo.

Ma, dopo tutti i figli
Venero i nipotini
e per la san  Nicolao
andò in fallimento…

Fucking  Bill  da lì  è  scappato 
Adesso vive nascosto
si chiama Bob lo Stallone
qui   in Valle Onsernone.

* significa anche “strepitoso”.


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Il contratto di matrimonio

Anna Lauwaert –  Copyright 2003

-“Ciao Yvo” – disse Anna.
-“Ciao Anna” – rispose il segretario comunale.
-“Per favore vorrei informazioni sulle pratiche relative al matrimonio”
-“ Ah! Ah! – esclamò Yvo – Finalmente quel Renato si decide! Era quasi ora!”
-“No. – disse Anna stizzita – Renato non c’entra...”
-“Ah, scusa, scusa... “
-“Niente... le carte...”
-“ Già, le carte... tanto più che sei straniera... “
-“Si, si, lo so e divorziata e via discorrendo...”
-“Già, gli atti... i formulari... e bè, intanto, qui ci vuole l'atto di nascita, di cittadinanza... la sentenza di divorzio, copia autentificata del passaporto, la domanda datata e firmata dinanzi al funzionario del Consolato... “
-“Estratto casellario giudiziario...”
-“ No, quello no, per aprire una bottega si, per sposarsi, no...”
-“ Stessi documenti per l’altro contraente...”
-“Già... suppongo però che lui sia svizzero...”
-“Si, oriundo da Friburgo benché originario dal Tibet... quarta generazione... naturalizzazione agevolata... sai com’è...”
-“ Certo... e, posso chiederti chi è il felice promesso sposo...?” 
- “ È Kai, qui presente.”
- “ Come è Kai qui presente?”
-“ Già, lo conosci ben anche tu, eccoloqua”
-“ Ma scherzi!”
-“ No, no, per niente, non sono mai stata così seria.”
-“ Ma dai...”
-“ È così davvero! È la prima volta nella mia vita che mi sposo convinta di sposarmi.”
-“ Con un cane!”
-“ Bè, e allora ?... Per sposarmi con un uomo che mi tratta da cane e fare una vita da cani... tanto vale che mi sposo con un cane che mi tratta umanamente...”
-“ Ma con un cane non è possibile.”
-“Non è “un cane”, questo è il mio compagno, viviamo insieme da sette anni, non mi ha mai lasciata. Andiamo insieme a fare la spesa, in banca, in posta, al ristorante. Non frequento più nessun posto dove lui non sia ammesso. Veglia su di me. Quando mi alzo di notte controlla se sto bene. Quando arriva qualcuno mi avverte. Dagli estranei mi difende. Non mi ha mai tradita. Non rincasa mai alle due del mattino. Non lascia mai cadere la cenere di sigaretta sul tappeto. Non lascia mai la sua biancheria sporca per terra nel bagno. È presente quando ho bisogno di affetto. Non reclama mai né per il mangiare, né per gli orari, né per soddisfare le pretese prepotenti degli uomini... Me lo dici tu dove si trovi un uomo od una donna cosi? “
-“ E il sesso?”
-“ Ma va, ma va... il sesso è un’illusione, una mera tempesta ormonale che consuma molta energia e non produce niente quando va bene o produce figli con una catena inarrestabile di grattacapi quando va male... Lasciamo perdere gli atteggiamenti suicidi...”
-“Ma non puoi fare una famiglia con un cane.”
-“Il matrimonio non è una famiglia, è un contratto. Il mio cane adempie al suo dovere da sette anni, quindi, mi sembra giusto regolarizzare questa situazione e  dargli la sicurezza che conferisce un contratto di matrimonio.”
-“Non è previsto dalla legge”
-“Se è solo per quello, non era nemmeno previsto il matrimonio degli omosessuali.” 
-“Il matrimonio tra omosessuali è questione di protezione, di eredita, di assistenza reciproca, di diritto di visita in caso di ospedalizzazione, di occupazione dell’abitazione, quelle cose ...”
-“Per l’appunto è ben quello che intendo. Se io muoio, voglio assicurare un futuro tranquillo al mio cane, che possa usufruire del nostro appartamento, ricevere la rendita di vedovanza, se sono in ospedale che possa venire ad assistermi, che possa ereditare delle cose che abbiamo costruite insieme... mi sembra dovuto. Non vorresti mica sbatterlo in un canile oltre a lasciarlo morire di crepacuore...”
-“E i tuoi figli... Sono i tuoi figli che erediteranno e si prenderanno cura del cane.”
-“ Si prenderanno cura del cane ed erediteranno di lui dopo la sua morte...”
-“Comunque, il matrimonio omosessuale non è un vero matrimonio.”
-“Eccome no, non hai mai visto due signori vestiti di bianco col mazzo di fiori e la fede al dito... Il mio cane è bianco e beige ed io, ormai, col mio passato mi accontenterò del beige...  “
-“Si ma comunque un uomo ed una donna, al limite un uomo ed un uomo o una donna ed una donna... ma una donna e un cane...”
-“Ma anch’io sono un cane, nell’oroscopo cinese io sono un cane e mi sembra logico che mi sposi con un altro cane. “
-“Mah! - disse Yvo pensieroso – non so ... guarda proprio non lo so... non si è mai visto una cosa del genere... “
-“Come no! – esclamò Anna mentre tirava dalla sua tasca un’articolo di stampa  - leggi qua:


Bambina di nove anni si sposa con un cane


NEW DELHI (India) – Una bambina di nove anni è stata unita in matrimonio ad un cane randagio in occasione di una cerimonia nella parte orientale dello stato del Bengala. La celebrazione del matrimonio fa parte di un rito volto a tenere lontano il malocchio. La bambina, Karnamoni H., è stata data in sposa all’animale in fretta e furia per spezzare un sortilegio demoniaco, secondo quanto creduto dalla sua tribù (Santhal) nello sperduto villaggio di Khanyan.
Il padre della ragazza, un povero mezzadro di nome Baburam Handsa, non aveva sufficiente denaro per far sposare alla ragazza un giovane, così ha optato per un’altra soluzione: prendere il primo cane randagio dalla strada e darlo in sposo alla figlia. L’unica consolazione è che ora, liberata dal demonio, la ragazza può sposarsi, ma questa volta con un uomo vero. E non c’è neanche bisogno che chieda il divorzio al cane... 

 (Associated Press) 


 -“ Adesso, non vorrai dubitare dell'Associated Press? 
-“Eh, ma in India!...”
-“Eh, ma in India, eh, ma in India... non sarai razzista delle volte?”
-“No, no... ma...”
-“ Qui non c’è né se, né ma... Si vuole la società multietnica, ma non si accettano le conseguenze... Multiculturalismo si, ma la cultura indiana, no... Questo è razzismo il ché mi sembra azzardato da parte di un segretario comunale...”
-“ E non crederai mica al malocchio...”
-“ Se tu sapessi che uomini io ho conosciuti nella mia vita, non faresti nemmeno la domanda.”
-“Ma guarda – disse Yvo che cominciava a non più gustare la barzelletta – riferirò al sindaco. Intanto comincia a raccogliere gli atti necessari...”
-“ Ecco – rispose Anna – ci siamo, andiamo subito al sodo, perché bada bene che se è legale il matrimonio musulmano, non c’è nessun motivo perché non sia legale il matrimonio induista.”
Dopodiché Anna ed il suo cane Kai uscirono tenendosi affettuosamente per il guinzaglio.
-“Che idioti – disse Anna a Kai – se dopo sette anni di convivenza felice non hanno ancora capito che noi siamo già sposati...”
Kai annuì  alzando la zampetta ed annaffiò abbondantemente il muro del Municipio nel suo linguaggio universale comprensibile a tutti.



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Natale sull'Alpe Salei.


Parlo adesso già di diversi anni fà. C'era ancora la vecchia cascina dell'alpe Salei, sicché, fate il conto... D’inverno era incantevole: silenzioso e solitario, non ancora deturpato dal traffico aereo rumoroso, né dal turismo di massa.
Era di questi giorni: fine dicembre. Giacomino mi aveva prestato la chiave della cascina. I miei figli erano dai nonni, e col mio cane Yeti, ero decisa a godermi una vacanza di Natale lontana dai fastidi e dal fracasso.

Quindi, alla mattina del 24, ci tiriamo pian pianino in su, con uno zaino pieno di provviste, qualche candela, un bel libro e la tradizionale bottiglia di Champagne.
Alla Fontana della Vertura avevo già dimenticato le miserie del lavoro ed arrivando alla brutta baracca  blu dei cacciatori, stavo proprio bene: una neve che porta, un bel sole ed un silenzio che ti fa dimenticare, perfino, di parlare...
Tirato giù uno dei materassi che aspettavano l'estate, legati sotto le travi del tetto, disteso il sacco a pelo, avevo poi acceso un bel fuoco e stavo tranquillamente  a sistemare le mie cose, quando arriva dentro di corsa il Yeti, tutto allegro e scodinzolante dalla contentezza. Difatti, si sente parlare...
Chi è?
Chi non è?
Arrivano una ed uno che si tira dietro un mulo... mai visti e che parlano tedesco per di più! Strano, perché Yeti, di solito, quando sente parlare tedesco gli viene piuttosto da ringhiare...
 " E qui il rifugio alpino? "
 " No, proprio no, qui è la cascina dell'alpe, prestata a me per le mie vacanze e se cercate i vostri amici, il paese è di là, qui ci sono solo Io..."
 " Non abbiamo amici e Mary è stanca, allora vogliamo passare la notte qua..."
 " Cosa??? "
 " Si, qua va anche bene..."
 " Ma ci sono IO! "
 " Si, ma va bene lo stesso..."
Come dice Arturo: fare buon viso a cattivo gioco...
 " Mettete poi le vostre cose là, in alto, per via del cane e dei topolini."
 " Non abbiamo niente..."
Soliti vagabondi! Poi il più bello doveva ancora venire...

Ero seduta fuori a guardare col binocolo verso Ruscada quando il barbone viene a dirmi tranquillamente:
 " Sai, è forse meglio mettere un materasso davanti al fuoco, perché il bambino vuol nascere..."
 " Cosa?..."
 " Il bambino di Mary..."
Non dico il colpo che ho preso e le "gentilezze" che gli ho detto...
 " E adesso, butti la tua moglie sul mulo e scendi in paese, che lì almeno viene il dottore! "
 " Non è mia moglie e lei vuole stare qui..."

Allora si, che mi sono venuti i sacramenti! Che sistema di andare in giro per gli Alpi, nella neve, con la moglie incinta di un altro!!! Porca miseria! E poi, che viene a farti il bambino lì! Bella tranquillità dei monti...
Insomma, durante gli studi avevo fatto tre mesi di stage in maternità, avevo visto nascere una fila di bambini, ne avevo avuto anch'io, ma lì per lì...

E ciao, è poi venuto anche quello...un bel "tosetto" ed eravamo perfin contenti.
Quell'asino di un mulo si era sdraiato in traverso della porta e riparava dalla corrente d'aria. I muli non mi piacciono tanto, perché mio nonno aveva un cavallo che mordeva, ma questo qua era quasi simpatico...
Il Seppely barbone seguitava a scaldar neve per far acqua. Mary si era addormentata...
 " Piantala di boffaagli addoss a sto pinin, Madonna, che noioos! " avevo sgridato diverse volte all'Yeti che stava lì…, incantato a leccare 'ste manine che gesticolavano fuori dal mio 
piumino che, ormai, era andato a finire come culla...
Anche la mia bottiglia di Champagne era andata... come ricostituente per chi ne aveva bisogno più di me... e le mie provviste...

L'alba era fredda, ma stupenda: un nevischio pieno di scintilli come nel film di Fellini, quando il pavone salta sulla vera della fontana, qualcosa di magico... Pensate che cantavano i fagiani nei larici sopra la strada. Due, tre camosci salivano verso il lago e diverse capre si erano riparate nello stallone.

Mary si era messa in piedi ed aveva addirittura una bella cera. Come dice il nostro dottore:
 " Adesso, i bambini nascono anche naturalmente..."

Prima di sera, i due che adesso erano tre, si erano poi avviati chi sa per dove ed anch'io sono scesa in paese, perché senza provviste e con la neve...venivano dei fiocchi come delle 
padelle...

Ero poi già alla fontana, sotto la casa dell'Isidoro, quando tutto di un tratto, con stupore e perplessità, mi salta in mente quella vecchia leggenda delle Fiandre che vuole che ogni anno, nella notte di Natale, da qualche parte sulla terra, per qualche ora, ritorni una volta ancora, il Bambino Gesù...
Ed io avevo pensato quasi tutte le bestemmie che conoscevo... e credo che una qualcuna, l'avevo anche detta...





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L’anno internazionale della montagna

copyright Anna Lauwaert 2002 -


Le montagne esistevano ormai da molti millenni ed erano totalmente inutili. Anzi quei poveri contadini che ci vivevano le consideravano come un castigo di Dio poiché non solo la gente ed il bestiame cade nei precipizi, ma ancora, quelle stupide capre vanno a finire in posti irraggiungibili e quando bisogna andare a cercarle è sempre rischiando la pelle.

Comunque l’idea generale era che sulle vette abitavano gli Dei oppure i Diavoli... Che ci fossero dei Diavoli era una deduzione logica dal fatto che appena ti avvicini ad una parete, vieni accolto da una pioggia di sassi... Ovviamente quelli che stanno lì, in alto, non sono dei simpaticoni... anzi, Diavoli, appunto...
I Greci antichi avevano una fila di divinità più o meno scomode. Di fatto, tra l’altro, quelle divinità si travestivano da persona onesta e venivano a scoparti la moglie di frodo e questa è solo una beffa tra le tante... Il danno era poi mitico. Per cui era logico che i Greci avessero sistemato tutto il Panteon in cima al Monte Olimpo in modo da poter tenere sotto stretto controllo l’andare e venire degli Dei.
Ci fu però un’altra storia. Ai tempi, tanto, tanto tempo fa, gli ebrei si erano, una volta di più, cacciati nei guai e si trovavano nei campi di concentramento di allora, in Egitto. Piangevano e si lamentavano e si strappavano i cappelli ma senza combinare niente di efficace. Un bel giorno ecco che arriva un giovanotto molto deciso, anche un po’ irascibile, che ha poca pazienza ed organizza dei comizi come l’aveva visto fare allo Speaker’s Corner di Hyde Park.
Quindi questo sale in cima ad un barile e si mette ad interpellare la gente:
-“Siete stufi di stare qua? Bon, troviamo qualcosa di concreto, inutile piagnucolare, facciamo fagotto ed andiamo fuori dai piedi... torniamo a casa nostra sulle rive del Giordano...”
All’inizio la gente lo guardava sorridendo dicendo che era tocco o picchiatello. Poi qualcuno cominciò a crederci:
-“Ma, forse non ha tutti i torti...”
E quello non la smetteva:
-“Dai che andiamo, muoviamoci!... Basta coll’escursione extra muros... Su qa n’dem a cà nossa!” (dialetto israeliano: andiamo a casa nostra)”
Sicché, e dai e dai, l’uno monta la testa all’altro ed un bel giorno questi ebrei chiudono baracca e burattini e se ne vanno in direzione Home, sweet home ove morir desio...
Solo che loro non sapevano che tra il dire ed il fare c’era non solo di mezzo il mar Rosso ma anche un deserto lungo come la fame... Quel povero ragazzo di un Mosè aveva il senso dell’orientamento, ma insomma, non aveva a disposizione la cartina dei sentieri pubblicata dall’ente turistico... E si mettono a girovagare in quel maledetto deserto ... E qualcuno comincia anche a brontolare:
-“Se è per farci bighellonare in questa fornace potevi lasciarci dov’eravamo...”
Come già detto: Mosè aveva poca pazienza perciò i limiti furono svelto oltrepassati ed un bel giorno sbottò:
-“ An podi pu, mi a vo fo di ball!” (dialetto israeliano: non ne posso più, me la batto! )
Ed ecco che pianta tutti in asso e parte in solitaria, senza nemmeno una corda o un moschettone, dritto davanti a se, su e su per la prima montagna che incontra. Man mano che sale, l’aria fine gli fa bene e schiarisce i suoi pensieri. Gli appigli sono solidi ed in una qualche fessura scorre un po’ d’acqua fresca. Mosè comincia a riprendersi. È una magnifica parete bianca striata da venature blu, quasi come una bandiera, un IV grado sostenuto con passaggi di V, non troppo esposto, ed egli pensa:
-“ Bell, propi bell! Voglio ben vedere la faccia di Comici o di Cassin quando ci racconterò che sono passato dallo spigolo giallo, dalle canne d’organo e dal camino strapiombante...”
Insomma di placca in fessura, di diedro in campanile, ecco Mosè che arriva in alto su di una vasta cengia.
-“Che ballatoio! - esclama- Qui la pausa me la faccio!” e tira fuori dallo zaino le barrette di manna, quelli energetici che allora andavano di moda.
Mosè si siede all’ombra, colle gambe a penzoloni sopra il vuoto e si gode il paesaggio masticando la manna che da allora è rimasta proverbiale. È uno spettacolo! Anzi ne approfitta per scrutare bene l’orizzonte, perché tutto sommato, domani fa conto di continuare il viaggio con quella banda di saltapasti. E si convince per una bocchetta che porta verso il nord-est: non dovrebbe essere impegnativa e nelle rocce nere, sicuramente, ci devono essere delle sorgenti. La sua intuizione viene confermata quando vede approdare uno stormo di uccelli migratori che hanno tutta l’aria di essere delle quaglie. Queste lo sanno dove sono le zone umide. Per cui, l’acqua, lì, c’è.
-“Bè, cos’è che fai qua?” – esclama all’improvviso una voce dietro di lui.
-“Merde! Qualcuno mi ha preceduto, non è una prima solitaria... “ pensa Mose che aveva già arrampicato con dei francesi.
Nel girarsi di scatto ha anche mancato di precipitare nel vuoto, ma non vede nessuno.
-“Non sei in giro con quegli ebrei?” – insiste la Voce.
-“Si... ma tu dove sei? - balbetta Mosè che tra l’altro balbettava davvero. Proprio in quel istante scopre un mucchio di carbonella e qualche ramaglia che si stanno consumando.
-“Porca miseria - pensa Mosè - quelli hanno già avuto il tempo d’installare il loro bivacco e di fare la grigliata... magari m’invitano, con la fame che mi trovo... – poi ad alta voce - E allora, dove sei che non ti vedo...”
-“ Sono qui, nel cespuglio ardente, non lo vedi...”
L’impressione che ebbe Mosè è difficile da spiegare perché da una parte ci fu il grande sollievo che questi non fossero qualche Accademico di Torino che gli avesse fregato la sua via, ma dall’altra parte... insomma, trovarsi naso a naso proprio col presidente della Compagnia delle Guide...
-“Mi scusi... – disse Mosè imbarazzato... mi scusi...”
-“E di ché? Solo che io ti pensavo impegnato con gli altri e mi sorprende di trovarti qua... Di solito sono qua da solo... Come mai da queste parti?”
-“Bè ...- disse Mosè - abbiamo avuto un po’ di divergenze d’opinioni... Quelli vogliono tornare indietro ed io voglio andare verso quella bocchetta là in fondo, vede, quella a destra delle rocce nere... solo che loro non si fidano di me...”
-“ Non parlarmene! È un pezzo che li conosco, sono cocciuti...”
-“Capisce, io di montagne ne ho già viste, ma quelli, di trekking non capiscono un ficco secco... Credono che si arriva subito, cosi: detto, fatto... Insomma in terreno sconosciuto mica sempre s’indovina il canalone giusto al primo colpo d’occhio... E poi nessuna disciplina di gruppo! Vogliono andare dove gli pare e piace. Dopo bisogna andare a cercarli colle squadre di soccorso che si trascinano dietro quella ingombrante ARCA (Armadio Ricostituenti Cerotti Analgesici)... Per fortuna che qui nel deserto non ci siano crepacci... se no avrei già perso metà degli effettivi...”
-“ Ma tu, prima di partire hai fatto leggere loro il regolamento del CAI ? (Casi Annullamenti Iscrizioni) Non ottemperare alle direttive del capo gita implica l’annullamento automatico dell’iscrizione al trekking con immediata rispedizione alla partenza... L’avevi detto, quello?”
-“Bè, no, - disse Mosè un po’ mortificato – siamo partiti con tanta fretta che non ci ho più
pensato...”
Poi si mise a controllare tutte le sue tasche alla ricerca di un esemplare del regolamento.
-“Accidenti,... credo che ho dimenticato quel foglio sulla tavola della cucina... “
-“Fa niente, dai che ti aiuto a buttare giù una decina di idee...”
Mosè si sedette e col Capo-Guide si misero a stilare il nuovo regolamento.
Andò tutto bene fin quando Mosè tornò alle tendine colla versione definitiva. Egli salì su di uno spuntone di roccia e proclamò ad alta voce:
-“ Bon, da lì sopra, ho visto che questa valle va verso un passo facile dove c’è anche acqua. Però prima di partire dobbiamo mettere le cose in chiaro, perché cosi sbandati non si va da nessuna parte. Allora ecco la regola del gioco...”
E cominciò a leggere i dieci punti dei nuovi statuti terminando con un
-“E se vi piace, è cosi e se non vi piace, è ancora cosi... “
Gli altri ebrei lo ascoltarono in silenzio, poi abbassarono la testa e si resero conto che qui era meglio passare all’acqua bassa... e metterla via senza prete.
-“Mannaggia – borbottò qualcuno che aveva subito fatto 1 + 1 , questo qua con solo dieci
comandamenti ci ha messi KO...”
Poi da lì in avanti le cose andarono meglio e dopo 40 anni arrivarono alla fine del trekking e si stabilirono come previsto sulle rive di un bel fiume che ancora oggi si chiama Giordano.
A lungo andare ci furono, però, dei risvolti inaspettati.
Quei famosi dieci comandamenti tornarono comodi a parecchie persone responsabili dell’ordine pubblico e furono ripresi negli statuti di molte società. Fatalmente arrivarono sabotatori e contestatari e cominciò a serpeggiare il malcontento focalizzandosi sul fatto che quelle drastiche regole erano scese dalla montagna...
-“ Questi comandamenti ci sono stati imposti dall’alto!” – disse un imprenditore particolarmente veemente. E seguì la solita tiritera del essere padrone in casa propria e del qui commando io.
- “Adesso vi faccio vedere, io, cosa ci faccio, io, a quelle maledette montagne... adesso le frego, io!”
E si cominciò ad inventare mille modi di cui l’unico scopo era di distruggere le cime che erano diventate simbolo del Trono del Potere.
Per prima cosa si fece un elenco di tutte le caratteristiche che costituivano la ricchezza
dell’ambiente montano: l’aria fine, il silenzio, la vegetazione, i ruscelli, la solitudine, la bellezza selvaggia, la fauna, la flora, i biotopi, i microclima, la biodiversità, la propensione al misticismo, ecc.
Poi si preparò un piano d’attacco sistematico. I ruscelli vennero captati e messi in secca mentre l’acqua venne accumulata da alte dighe che sbarravano ed inondavano le valli. Le più belle foreste vennero decimate per costruire dei “domaines skiables” cioè piste da sci. Per permettere lo sci estivo, i crepaci nei ghiacciai vennero colmati da polistirolo che faceva sciogliere il ghiaccio ancora più velocemente. Si tracciò una ragnatela di strade sia sulle montagne che al loro interno con lo scavo di gallerie e tunnel che aiutarono a cambiare le pressioni delle acque sotterranee, prosciugare le sorgenti e nel contempo far seccare la vegetazione. Le strade tagliate nel fianco delle montagne provocarono frane e scoscendimenti sui quali ci sarebbero voluti secoli prima che la vegetazione
potesse ricrescere. Per combattere il silenzio si mandarono frotte di gente sotto l’appellativo di “turismo di massa”. Per cui si costruirono filovie, capanne alpine, ristoranti e sentieri e si organizzarono voli con elicotteri, giustificati dalle più svariate motivazioni. Attorno alle capanne alpine si organizzarono feste e baldorie con sparo di fuochi d’artificio ed altoparlanti che terrorizzavano la fauna selvatica e gli animali domestici. I laghetti alpini furono resi acidi e coperti da sculture galleggianti. Ai pescatori, cacciatori, boscaioli, raccoglitori di funghi, bacche, legname, ecc. venne dato il via libera togliendo ogni forma di legge o regolamento con la buona motivazione che “la montagna è di tutti”. A basso l’imperialismo! Il potere al popolo! Fu lanciata la moda dell’arrampicata per essere sicuri che nemmeno le pareti rocciose sarebbero sfuggite all’offensiva.
Per il resto furono usati mountain bike, motoslitte e go-kart.
In soli 50 anni l’assalto al Trono del Potere riuscì a completamente distruggere tutto quanto non era pianeggiante e si cominciò a pensare all’ultima fase: spianare colle ruspe quanto rimaneva delle cime.
È allora che la Divina Provvidenza ebbe uno sciop da fott, (dialetto israeliano significante un soprassalto di fed up, un autentico raz l’bol) e fece scattare un cambiamento climatico. Da un anno all’altro non ci fu più un fiocco di neve... Le BR (Brigate Rompimontagne) inventarono pure cannoni da neve artificiale ma non ci fu niente da fare... La temperatura era diventata troppo alta e non rimase più né alternativa, né scappatoia...
Ci fu ancora qualche tentativo disperato come la posa di croci e la costruzione di chiese sulle vette nella speranza di abbindolare i Cieli... non funzionò nemmeno quello.
In fine si attivarono tutte le funivie, compagnie di elicotteri, ecc. per concentrare il turismo di massa soprattutto nel periodo estivo... Solamente che quando la gente arrivò d’estate e vide l’orrore della distruzione che fino agli anni precedenti era stato nascosto sotto diversi metri di neve... si disgustò e corse a fare le vacanze al mare.
È allora che la lobbi degli assaltatori alla montagna decretarono un “Anno Internazionale della Montagna” per correre ai ripari ed indurre alla riflessione, ma ormai non servì a nulla: il Rubico meteorologico era stato varcato ed i dadi erano stati malamente tirati.
Il seguito è facile da intuire: tutte le infrastrutture andarono prima in fallimento, poi in malora. In ossequio alla legge sulle funi si dovettero levare tutti i cavi e dinamitare le stazioni sia di partenza che d’arrivo delle teleferiche. Nessuno evacuò le macerie, ma dopo pochi anni i rododendri ricoprirono tutto ed i resti del cemento armato diedero inizio ad una nuova generazione di ganne (ghiaioni) nelle quali era facile per le pernici bianche, le coturnici e le lepri variabili nascondere il proprio nido.
Passarono altri 50 anni, che in confronto con l’eternità, sono ben pochi... I cambiamenti climatici e gli inquinamenti vari avevano ridotto considerevolmente la popolazione umana. Invece la selvaggina aveva riconquistato la maggior parte del territorio e si auto regolava discretamente senza bisogno dell’aiuto dei cacciatori.
Ben poche persone girarono per le montagne a parte qualche esteta o qualche artista alla ricerca delle bellezze della Mountain Wilderness o delle prove dell’esistenza di Dio.





"La Via del Drago"  e "Le Grimpeur Maudit" : aggiornamento. 


Quando scoprii il corpo senza vita di Claudio, ebbi uno choc tale che, letteralmente, andai in apnea… Mi sedetti accanto a lui ed in me ci fu il vuoto. Poi incominciarono  le domande…Quando?… ovviamente ieri… Come?... ovviamente con una caduta verticale dal alto verso il basso… Perché ? …a questo non trovai nessuna risposta…
Era quel 28 maggio 1977. Il tempo passò. Mi misi a redigere la sua storia e “La Via del Drago” fu pubblicata nel 1995. Nel 2008 il libro ebbe una seconda edizione e nel 2009 ricevette il premio Leggimontagna. 
La vita era  continuata. I suoi genitori erano deceduti e tanti dei nostri amici, pure loro, se n’erano andati …
Fu solo tra il 19 e 22 agosto 2010 durante una commemorazione a Vallarsa che mi resi conto di quanto importante Claudio era rimasto, non solo per noi, ma anche per alpinisti “stranieri” o per le giovani generazioni. 
Rivedere  amici dopo trent’anni, certi venuti apposta dal Belgio e per fino da Londra,  fu sconvolgente. Rinacque il sentimento d’ incompiuto per non aver scritto la storia di Claudio in francese. Tradurre la Via del Drago non aveva senso perché era stata scritta pensando agli amici italiani e con emozioni ancora troppo a fior di pelle. Dovevo scrivere in francese, partendo da zero e sintonizzando la mia mente sui modi di dire, la mentalità e lo spirito francesi… Avevo rimandato perché sapevo che questo lavoro sarebbe durato almeno un anno… A Vallarsa, Bepi Pellegrinon disse che aveva iniziato il suo libro su “Claudio-alpinista” ed io decisi  di iniziare la storia di Claudio in Francese.
Claudio non aveva scritto un vero diario ma un' infinità di “note”. Avevo spulciato le sue scartoffie per poter stabilire l’elenco delle sue vie prestando  poca attenzione ai suoi commenti personali. 
La domanda “perché ?” diventò un’ossessione e ricominciai a frugare nell’archivio. Il "nostro anno" è il 1976. In un’agenda del 1975 Claudio aveva ricopiato questa frase di Cesare Pavese del 25.III.50 : “ Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché l’amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla”. Corsi in libreria a comperare “Il mestiere di vivere”.  Pavese termina il suo diario con “Tutto questo fa schifo. Non una parola. Un gesto. Non scriverò più.” qualche giorno prima di suicidarsi. Fui sconvolta. Claudio aveva trovato quella frase da qualche parte, per caso o aveva letto Pavese? Tornai sul solaio in Belgio a controllare il contenuto delle mie scatole di libri e scoprii che non solo Claudio possedeva “Il mestiere di Vivere”, in un’edizione del 1970, ma anche “L’échec de Pavese” di Dominique Fernandez e “Il vizio assurdo” di Davide Lajolo. Mi  colpirono  diverse “coincidenze”.
I primi nomi femminili appaiono nei biglietti di Claudio a partire dal 1960, anno in cui egli incontrò Marino Stenico ed è a tavola in casa Stenico che Claude decise di farsi chiamare Claudio perché la versione “Claude” in francese vale sia per maschi che per femmine e Claudio non voleva più portare un nome asessuato. 
Egli mi aveva detto di aver pensato ad un suicidio mascherato in incidente. 
Ma perché si sarebbe suicidato, adesso che eravamo ben allenati ed alla vigilia della nuova stagione in montagna? 
Ma perché Pavese si suicidò appena ricevuto il premio Strega che finalmente riconosceva la sua opera?
Durante il nostro soggiorno nelle Dolomiti, Claudio leggeva Moby Dick.  Pavese aveva tradotto proprio quel libro. Che cosa significava? “moby” significa grande, “dick” significa in gergo “tipo” e volgarmente “pene”  quindi “Moby Dick” significa “grande pene”… e questa balena è di fatti un physeter macroce-phalus…  in inglese “sperm whale”… e viene considerato il più grande carnivoro del mondo…Vale a dire “Il grande pene è il più grande carnivoro del mondo…” “the main antagonist of the novel” … il principale antagonista del romanzo…
Nel Mestiere di Vivere, numerose frasi potevano essere scritte per Claudio… 
Quel 27 settembre 2010 ero nella cucina della mia casa paterna. Stavo sorseggiando il mio caffè mattutino ascoltando il notiziario alla radio ed il presentatore disse “ Il sig. Laurent Gossieaux ha denunciato  abusi sessuali  subiti mentre era allievo nella scuola Sint Andries di  Zevenkerken. Le autorità dell’abazia benedettina hanno confermato i fatti...”
Zevenkerken… la scuola dove Claudio aveva soggiornato dal 1948 al 1952… Ripresi le pagelle scolastiche di Claudio. Dalla prima elementare egli era stato primo o secondo della classe fino alla pagella del 12 aprile 1952 che è disastrosa. Claudio venne espulso  dalla scuola, poi andò dai Gesuiti a Bruxelles dove diventò ribelle, poi finì malamente il liceo latino greco dai Gesuiti a Mons e quando fu iscritto alla facoltà di lettere non presentò nemmeno gli esami perché “aveva dovuto allenarsi per arrampicare e non aveva avuto il tempo di studiare”… 
Ritornarono i “perché ?”…
Come mai un ragazzino normale, di una famiglia normale, è un brillante allievo fino a questa data del 12 aprile 1952 e, bruscamente,  da lì in avanti non farà più nient’altro nella sua vita che arrampicare sulle rocce? 
Il Belgio era ancora indignato dall’affare Dutroux, ma il 23 aprile 2010  era scoppiato un altro scandalo: il vescovo di Brugge, Mgr. Van Geluwe dovette dimettersi in seguito alla denuncia per abusi sessuali su due suoi nipoti. Un’inchiesta fu lanciata ed in poco tempo si stimò a più di 5000 i casi di abusi sessuali nella chiesa fiamminga… Cosi si iniziò a parlare non solo dei casi ma soprattutto delle conseguenze per le vittime. Tutte dicono le stesse cose:  la loro vita è stata distrutta,  tutti sono prigionieri dell’impossibilita di parlarne e molti si suicidano anche 20 o 30 anni dopo i fatti… 
Cosa significava quando Claudio ripeteva queste parole di Johnny Hallyday “sono solo, disperato…”? Per quale motivo diventava veramente malato quando si trovava in una stanza dipinta di verde? Per quale motivo corse fuori a causa dell’odore nella stanza, a vomitare per strada, quella mattina ad Auronzo? 
Perché “odiava i fiori”? o la musica classica che veniva diffusa nel dormitorio? E la lingua fiamminga che però era la lingua della sua famiglia? 
Per quale motivo una persona colta come lui non volle più ascoltare che Johnny Hallyday o i Rolling Stones ignorando gli ottimi cantautori dell’epoca? 
Quando si qualificava di “grimpeur maudit” che cosa intendeva? 
Per quale motivo nelle sue lettere che scrisse dal collegio ai suoi genitori sembra tutto perfetto mentre nella realtà stava per essere espulso dalla scuola ? Perché questa forma di schizofrenia? di sdoppiamento della personalità? 
Perché i suoi comportamenti bizzarri e certa violenza rivolta verso se stesso?  Perché  parole cosi crude e volgari quando parlava di sesso? Perché i suoi scatti di malumore e tanta rabbia verso il clero?
Le sue pazzesche arrampicate solitarie erano dei tentativi di suicidio camuffato?
Un giorno mi disse che non aveva pensato a lavorare perché con  quello che aveva fatto in montagna credeva che non ne avrebbe mai avuto bisogno… insomma … che sarebbe morto giovane…
E se tutte queste stravaganze fossero, non capricci d’un figlio borghese viziato, bensì conseguenza di altre vicende?  
Chiaramente quella pagella del 12 aprile 1952 segna una rottura grave perché Claudio non è mai più stato capace de ritrovare una scolarità normale e nemmeno più una vita normale… Dopo questa data la vita dei suoi genitori è stata sconvolta e la sua morte ha sconvolto la mia… 
Anche se  non dispongo di nessun altro elemento che quella data fatidica, mi domando se Claudio è stato testimone o vittima di violenze da parte di adulti o di compagni. I biografi di Pavese parlano della sua infanzia infelice, dell’educazione severa, dei suoi problemi sessuali, tra l’altro l’eiaculazione precoce. Ma quale è la ragione di questi problemi sessuali? Anche lui era stato a scuola dai Gesuiti. E perché scrive di punt’in bianco nel “Mestiere di vivere” in data 17 aprile 1946 “Nossignore. Non bisogna inculare i ragazzini”… 
Non sono specialista di Melville, né di Pavese, né di psicanalisi ma una certezza c’è ed è quella della pagella scolastica del 12 aprile 1952. 
Nella sua vita Claudio ha avuto una trentina di amiche. Nessuna di noi è stata capace di ispirargli abbastanza fiducia per permettergli di aprire il suo cuore ed esorcizzare la tragedia che lo rodeva… Questo è per me il vero dramma.   
Non cerco di scalfire la reputazione di quella prestigiosa scuola, anche perché giudicare, coi nostri parametri attuali, fatti successi cinquant’anni fa, costituisce un anacronismo. Ma capire i perché di Claudio è  l’unico modo per me di raggiungere una certa pace.
Ho scritto il mio libro in francese. Nessun editore è stato interessato quindi  l’ho fatto stampare in 200 esemplari per gli amici. L’ho mandato a diverse persone, ho contattato associazioni e continuo a mandare lettere con la domanda  “Ci sono denunce che riguardano abusi sessuali in quella scuola durante gli anni ’50?”
Un anno è passato…
Una sera, squillò il telefono ed una persona che volle restare anonima mi disse <<signora, la risposta alla sua domanda è “si” … >>

Noi ammiriamo le imprese dei grandi scalatori ma raramente conosciamo le loro motivazioni profonde e la sessualità rimane uno dei peggiori tabù.
Per quale motivo Emilio Comici attingeva alla voluttà mentre superava da solo il vuoto e lo strapiombo?
Cosa significava per Paul Preuss, non solo di essere stato un bambino malaticcio con una sindrome poliomielitica, ma anche di essere  stato ebreo in quel periodo storico dell’affare Dreyfus?
Cosa significa per Claudio Barbier la pagella scolastica del 12 aprile 1952?
Eh si, caro Marino Stenico : “Alpinismo…  perché ? ” 

 Anna Lauwaert   -   29.XI.11

 "Alpinismo perché" = titolo di un libro del famoso alpinista trentino Marino Stenico e grande amico di Claudio Barbier.






Il bernoccolo delle sinergie

© 19.III.2002 Anna Lauwaert

Arturo Tritta-Sassi era nato con la camicia e col bernoccolo delle sinergie. Inoltre, non era stato battezzato sul sedere. Suo padre Policarpo Tritta era immigrato dalle Puglie ed aveva giudiziosamente sposato Miranda Sassi che non solo aveva un petto abbondante e dei fianchi accoglienti, ma era pure figlia unica di una delle famiglie più influenti della regione visto che possedeva una bettola. Insieme avevano iniziato a lavorare nell’impresa paterna. Policarpo faceva il garzone e Miranda la cameriera. Poi Policarpo aveva cominciato ad applicare certe tecniche di vinificazione. Cioè faceva arrivare le botti di vino dal suo paese e le manipolava al punto che nacque il detto “Dante Alighieri faceva versi divini, mentre Policarpo Tritta faceva vini diversi”... 

Dopo qualche anno la bettola era diventata ristorante con cucina calda, poi osteria con bar, poi locanda con alloggio ed un giorno erano venuti gli imbianchini che avevano ripitturato la facciata ed anche la stalla ed il fienile che erano stati ammodernati in un complesso unico sul quale era stata appesa una vera insegna che annunciava: “Hôtel des Alpes, man spricht deutsch”. E a quelli che chiesero a Policarpo se parlava tedesco egli rispose che lui no, ma i clienti si. Di fatti aveva un accordo col capostazione che, in cambio di qualche pranzo domenicale, gli mandava viaggiatori e turisti. 

Arturo Tritta-Sassi era rimasto figlio unico in ossequio al motto paterno “quello che vale la pena di essere fatto vale la pena di essere ben fatto”. Ancora in grembo, il bambino aveva sentito le discussioni sull’ampliamento dello stabile, appena nato aveva respirato polvere di calcina, i suoi primi passi li aveva mossi tra sacchi di cemento, mattoni e blocchi di granito. Le sue prime ferite furono martellate sulle dita quando riusciva ad acchiappare gli attrezzi dei falegnami che costruivano porte e finestre. Arturo, a tre anni, aveva già assimilato tutta l’edilizia, maestranze, subappalti ed artigianati vari e quando cominciò la scuola elementare memorizzò subito la coniugazione dei verbi disegnare, misurare, edificare, costruire, riattare, rimodernare, restaurare, ampliare, ecc. Però, quando gli si chiedeva cosa avrebbe fatto da grande non era in grado di rispondere perché non aveva ancora imparato la parola che esprimeva la sua visione del mondo. Fu solo durante la scuola media che trovò la rivelazione nel vocabolario Zingarelli: egli sarebbe diventato “commercialista” per cui frequentò la scuola di commercio. Come tesi di fine studio presentò un progetto di ampliamento del ristorante paterno. 

Infatti, sulla montagna vicina era stato costruito un osservatorio con antenne e ripetitori vari. Tra l’albergo paterno e l’osservatorio ci voleva una teleferica, non solo per facilitare il trasporto degli addetti ai lavori, ma anche per agevolare i turisti a salire lassù ad ammirare il paesaggio. La dita costruttrice di teleferiche fiutò l’affare e tramite conoscenti e politici collaterali ottenne finanziamenti. 

Non appena la teleferica fu terminata emerse l’esigenza di realizzare, all’arrivo superiore, una buvette con servizi. Un amico di famiglia, che faceva fatica a vendere i suoi chalet vallesani a causa dei vincoli paesaggistici, riuscì ad ottenere un permesso di costruzione ed entrò in società. Siccome i visitatori aumentarono si aggiunse l’esigenza di un posteggio che a sua volta fece maturare in Arturo l’idea di erigere un’enorme croce di larice in cima alla montagna e di finanziare la festa di benedizione durante la quale venne addirittura il vescovo. In seguito la parrocchia entrò nella società conferendo il prato per il posteggio. Dato che il terreno era di dimensioni considerevoli si poté collocare, in un angolo, una cisterna, delle pompe di benzina ed un autolavaggio automatico, ossia, il presupposto per un contratto con un’importante società petrolifera ed un gruppo imprenditoriale controllato da banche, fiduciarie e società immobiliari, di tendenza liberale, molto accreditate nella regione. 

Quell’inverno nevicò abbondantemente e gli sportivi salirono in montagna per sciare, in numero tale da convincere la ditta costruttrice della teleferica che gli impianti di risalita avrebbero potuto essere un buon affare. L’anno seguente la stazione sciistica ebbe un successo notevole e tre anni dopo uscì dai conti in rosso consentendo agli azionisti di beneficiare del primo dividendo. 

A questo punto la buvette a forma di chalet era diventata troppo piccola, ma un corto circuito, fin troppo provvidenziale, appiccò un incendio che ridusse ad un cumulo di cenere tutto l’edificio. Ovviamente, le assicurazioni erano state stipulate con lungimiranza, così, ancora prima dell’inverno, grazie alla tempestività di una delle onnipresenti task force, vide la luce il nuovo ristorante panoramico dotato di self-service, terrazza semicoperta e solarium. L’estate seguente, grazie al nome prestigioso dell’architetto, lo Stato diede un cospicuo contributo per l’aggiunta di un’ala a dormitorio ed una a sala riunioni, vale a dire, il primo nucleo di un complesso sportivo approvato dai ministeri dello sport, dell’educazione nazionale e del turismo, tutti in mano al partito democristiano. 

Quando fu aggiunta la chiesa dedicata alla Madonna delle Nevi, il progetto raccolse pure il sostegno ufficiale della curia, così il centro montano fu assiduamente frequentato da gruppi e scolaresche provenienti da collegi non solo dalla zona ma anche da tutto il paese ed addirittura dall’estero. Nell’ottica di un ancora più vasta apertura sul nuovo mondo multietnico fu allestito un sito internet che mise il tutto in rete, scavalcando pregiudizi e confini e veicolando l’immagine del futuro che avanza lungo le autostrade informatiche. Le costruzioni stesse diventarono attrazioni turistiche poiché disegnate dall’architetto Pio Scarpa, il nipote del vescovo, membro di diverse congregazioni, che beneficiava della pubblicizzazione della rete mondiale della stampa cattolica. Le malelingue e gli invidiosi insinuarono pure l’intervento di società segrete. Solo Newsweek si era permesso un commento sgarbato qualificando una delle opere del maestro di “cheesy church” cioè una cosa oscena... 

L’ampliamento delle piste da sci andò di pari passi con l’installazione dei cannoni da neve. Due torrenti furono canalizzati al servizio di una mini centrale elettrica che bastava al consumo dei cannoni da neve, del riscaldamento e a dar luce al complesso. In uscita dalle turbine, l’acqua venne deviata verso una conca chiusa artificialmente da dighe, così d’estate si poté nuotare nel acquapark e d’inverno si ebbe ad un tempo la riserva d’acqua per la neve artificiale e la pista di pattinaggio. 

In quel mentre era nata la moda del parapendio e la montagna era favorita in quel posto dalle correnti termiche ascendenti. Così Arturo aggiunse la buona idea di organizzare il primo paraclub della regione. Quando si dovette rimpiazzare le cabine della teleferica si optò per un modello che permettesse anche il trasporto di biciclette. Visto che il sindaco del paese era progettista e che il segretario comunale aveva un’impresa di scavi e trasporti, il sindaco calcolò una rete di piste per le mountain bike mentre il segretario le scavò nei fianchi della montagna. Le piste servivano anche per il turismo pedestre e per i cacciatori, una categoria composta sempre più da anziani, quindi, sempre meno propensa a camminare nei boschi selvaggi. 
Il fatto, poi, che il territorio comunale confinasse con un’altra nazione accese l’idea di dar corso ad un progetto transfrontaliero di più ampia portata nel quadro dei programmi Interreg per poter accedere ai finanziamenti comunitari. 
A quel punto, si misero in moto i progettisti di ambo le parti del confine: ampliarono il progetto con la costruzione di quattro “resideins” (condomini con appartamenti), diverse strade, un metrò alpino, una rete di funivie ed una galleria scavata con la costosa e sotto-utilizzata macchina foratrice, proprietà del cognato dell’altro sindaco. Per tenere a bada gli ambientalisti si decise di dar loro un contentino: un prato dove c’erano un paio di pozzanghere fu classificato “zona umida” ed una vera torbiera, sufficientemente discosta per non disturbare le attività sportive, fu decretata d’importanza nazionale. Inoltre, cespugli che vivacchiavano tra rocce impervie furono battezzati “naturetum” e la zona, abbastanza puzzolente dove nei periodi caldi fermentavano i residui di una vecchia fossa settica ora in disuso, fu chiamata “biotopo plurimonitorato”. Invece, il bosco compreso tra le piste da sci fu dichiarato “riserva forestale integrale” ma senza divieto di raccolta di bacche né di funghi per garantire l’antropizzazione sistematica del comprensorio. 

Purtroppo, ci fu un periodo di attrito tra la Tritta-Sassi SA e gli ecologisti quando, per festeggiare il ventesimo della società, il consiglio d’amministrazione era ricorso ai servizi artistici di un noto grafico-pubblicitario che aveva appiccicato due enormi strisce rosse in forma di croce ed una gala alla parete rocciosa sovrastante il paese, sortendo l’effetto di un gigantesco pacco regalo. L’impatto era devastante, anzi volgare e quando il nastro cominciò a sbrindellarsi fu necessario ingaggiare una squadra di rocciatori e specialisti che dovettero ricorre a solventi altamente inquinanti per togliere i residui delle sostanze acriliche penetrate nelle anfrattuosità della roccia. Ci fu anche un amaro battibecco con una ambientalista straniera che denunciò il degrado ambientale, la mancanza di rispetto per il patrimonio naturale, la profanazione della sacralità della montagna stessa e lo spreco di denaro pubblico, ricevendo di rimando che lei come straniera non aveva voce in capitolo e se non le garbavano gli usi ed i costumi locali poteva tornarsene a casa sua.

Tuttavia, l’idea di “sacralità della montagne” indusse, qualcuno a dubitare che l’autrice di tale concetto esoterico fosse massone o ebrea. Il dubbio rimase. 
Il contadino che caricava l’alpe, avendo fatto diverse opposizioni e ricorsi, fu ammansito col rilascio della qualifica di “agriturismo” alla sua azienda agricola. Da quel giorno le sovvenzioni lo misero al riparo dagli alea dell’esistenza poiché gli statuti lo assimilavano più o meno a “funzionario dello stato”. 

Col passare del tempo Arturo aveva perso i genitori e si era sposato con la figlia del notaio, conosciuta mentre aspettava nell’anticamera la stesura dell’atto costitutivo dell’ennesima società di cui egli era l’azionista principale. Margherita non era bella, non era nemmeno giovane, ma, notaio pure lei, gestiva buona parte degli affari affidati allo studio del padre. 
L’utile ed il dilettevole si unirono in perfetta sinergia e quanto al bilancio del dare e dell’avere non ci fu nulla da eccepire perché la Tritta-Sassi SA aveva governato giudiziosamente in modo da far fruttare i finanziamenti pubblici a beneficio del privato, nell’osservanza di quella bizzarra e classica piramide che fa confluire il lavoro di molti nelle tasche di pochi, secondo una forma perfettamente legittimata dal fatto che i pochi beneficiati ricambiano dando lavoro a molti. 

Inoltre, l’impresa era cresciuta ad un livello istituzionale d’importanza regionale tanto da rendere disponibili le proprie strutture per riunioni, convegni, festeggiamenti vari ed ogni anno, per la festa della Madonna delle Nevi, si organizzava una grande manifestazione con tre elicotteri della società che apparteneva al fratello di uno dei direttori di banca. Gli elicotteri portavano su e giù la gente insieme al vescovo, per dire messa, ed ai ministri per banchettare, il tutto finanziato coi sussidi pubblici indotti dalla promozione turistica. 

Un anno venne una grande nevicata ed una mostruosa valanga distrusse gran parte degli stabili, ma gli esperti attestarono trattarsi di una “valanga paradossale” e che le successive si sarebbero arrestate dieci metri più indietro, per cui lo stabile fu subito ricostruito con accessori moderni: panelli solari, pompa termica, turbina a vento ecc. 

Era proprio questo coraggio, questa instancabile determinazione contro tutti e tutto, a far guadagnare ad Arturo Tritta-Sassi l’ammirazione e la gratitudine dei suoi concittadini fino a farlo assurgere ad esempio per le generazioni future. 
Infine, per garantirsi il rinnovo dei contratti assicurativi senza rincari, dopo la liquidazione dei danni fu decisa la costruzione di un bunker sparti valanghe, a forma di cuneo, a monte del complesso, come si usava nel passato per proteggere gli stabili sugli alpeggi. All’interno del bunker si installò un bagno turco, una sauna ed una jacuzzi che furono usati soprattutto d’inverno vista la possibilità d’arrotolarsi nella neve, com’è nella tradizione degli esquimesi, conferendo nel contempo un aspetto multiculturale alla complessità dell’offerta già abbondantemente diversificata. 

Cosi, ogni anno, venivano apportate migliorie e compiuti salti di qualità. Un anno il gelo eccessivo aveva fatto scoppiare le tubature dell’acqua. Grazie all’assicurazione, di cui era gerente il cognato del direttore del collegio, fu sostituito l’arredamento ed il rivestimento delle pareti. Invece di semplici perline, destinate prima o poi a marcire, furono usate lastre di isolante termico ricoperte da granito proveniente della cave che appartenevano ad un membro del consiglio d’amministrazione dell’assicurazione. A quel punto, gli ingenti finanziamenti, non consentirono più allo Stato il lusso di sottrarsi al dovere di iniettare nuovi capitali tant’è che nuove erogazioni furono approvate all’unanimità dai rappresentanti del popolo pagatore. 

Tuttavia, un anno, vennero in visita quattro signori dell’Osservatorio Meteorologico Max Planck di Amburgo. Di mattina salirono con la teleferica fino al Centro Multidisciplinare, poi, all’inizio del pomeriggio, scesero e si fermarono all’Hôtel des Alpes per pranzare. Arturo, che sapeva trattare gli ospiti, dopo aver offerto l’aperitivo si trattenne a parlare del più e del meno e del loro lavoro di scienziati. Quando il discorso girò sulle loro estrapolazioni, il padrone di casa ascoltò attentamente e rimase di stucco, quando li sentì affermare con assoluta certezza che nel giro di dieci anni i cambiamenti climatici avrebbero privato le montagne dalla neve, “certamente a Sud delle Alpi e forse anche a Nord...” 

Arturo, perplesso perché di ambiente non si era mai interessato, fece tesoro di quanto sentito e nel giro di pochi mesi vendette, molto bene, le sue azioni nella società. 

Durante una cerimonia molto commovente, l’uomo che aveva dedicato la sua vita alla montagna, consegnò simbolicamente la sua opera alle autorità locali proclamando che per lui era arrivata l’ora di ritirarsi e di lasciare il posto ai giovani. 
Il denaro lo investì in imprese meno soggette alle variazioni meteorologiche: bordelli e casinò.


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